Ieri sera allo stadio San Siro di Milano si è consumata l'ennesima ipocrisia Italiana, l'ennesima beffa per tutti quelli che credono che lo sport sia aggregazione, arricchimento, sana competizione e soprattutto veicolo per formare gli uomini di oggi e domani su principi di lealtà, rispetto e passione.

Cordoglio per il tifoso nerazzurro morto durante gli scontri. Ho appreso ora la notizia e voglio dedicare un pensiero ma questo post voleva parlare di altro.

Voleva parlare di quegli insopportabili cori razzisti ai danni di un ragazzo che prima di essere un campione è un uomo, un ragazzo dalla pelle nera.

Nato in Senegal e napoletano di adozione.

Un mix perfetto per tutti quelli che alle soglie del 2019 credono ancora che la differenza tra un uomo da rispettare ed un uomo da insultare, odiare e massacrare la faccia il colore della pelle.

In un contesto socio-politico dove la destra salviniana vola a percentuali incredibili vien da chiedersi se non debba essere proprio lo sport e la società civile a dare l'esempio.

In un paese dove il nemico del povero è il più povero e dove il diverso è visto come una minaccia e non come una ricchezza è inammissibile che ieri sera una partita cosi importante non sia stata sospesa o quantomeno dichiarata a rischio, o messa sotto osservazione.

Il calcio giocato passa in secondo piano e poco importa se un giocatore correttissimo come KK si sia fatto prendere dal nervosismo con un applauso plateale ed evitabile che sapeva però tanto di frustrazione.

Qui a perdere non è il Napoli o l'Inter ma l'intero paese, l'intero movimento.

In un'epoca dove basta un tweet per sentirsi Charlie Hebdo o Matteo Salvini potremmo provare da domani ad essere tutti un pò più Kalidou Koulibaly e provare a pensare come si possa vivere e giocare mentre ignoranti senza maglia e colore fischiano e ululano verso te.

Je Suis Kalidou Koulibaly.