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Dopo le incredibile rimonte del Liverpool e del Tottenham, in svantaggio 0-2 al termine del primo tempo (in aggiunta allo 0-1 di Wembley andato a referto otto giorni prima), ma capace di ribaltare a domicilio i Lancieri di Ten Hag, la squadra che più aveva impressionato in questa edizione della coppa dalle grandi orecchie, l'Inghilterra vivrà la seconda finale di Champions League tutta targata Premier della storia, dopo quella del 2008 vinta dal Manchester United sul Chelsea.

E se già negli anni scorsi si erano avute le avvisaglie di un forte ritorno del calcio inglese nell'élite europea, con la vittoria dell'Europa League del Manchester United e la finale raggiunta dai reds la scorsa stagione in Champions, il 2019 passerà alla storia come l'anno zero per gli appassionati di pallone britannici, che potranno probabilmente godere di due finali europee (più la terza con la Super Coppa in estate) tutte con l'effige della Regina; dobbiamo davvero considerare terminata l'egemonia spagnola in Europa e prepararci ad una nuova dittatura?
Analizzando attentamente i dati, tutto sembrerebbe andare proprio in questa direzione.

Il campionato inglese è di gran lunga il più popolare e seguito del pianeta, e ciò si riflette in una rendita da diritti televisivi inavvicinabile per gli altri tornei continentali; senza addentrasi troppo nei numeri, un solo dato è sufficiente a far comprendere la disparità di forza economica che i club d'oltremanica possono vantare in molti casi: con la ripartizione dell'ultimo triennio, l'ultima classificata del campionato inglese poteva vantare introiti dai diritti televisivi pari a quelli della Juventus pluricampione d'Italia.

La naturale conseguenza di questo nuovo boom economico è stato l'approdo di giocatori, ma soprattutto preparatori atletici e tecnici di primissimo livello, come Klopp, Guardiola, Conte, Mourinho, Pochetino, Sarri, Emery e altri, che hanno unito le migliori scuole europee e le più innovative filosofie di pensiero calcistico ad una preparazione atletica mostruosa, che ha permesso alle squadre del campionato inglese letteralmente di volare in questo finale di stagione.

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Una buona (o eccellente) disponibilità economica da parte di diversi club ha permesso di sviluppare una maggiore competitività con margini di spesa più ampi un po' per tutti, e la Premier League risulta, al netto di eccezioni come la scorsa stagione, il campionato europeo più incerto e combattuto, tanto da permettere il verificarsi di miracoli sportivi come quello del Leicester, contribuendo ad attirare sponsor e investimenti.

E se da noi i vari Delofeu, Felipe Anderson, Digne, Moutinho, Rui Patricio, Ghezzal, Pereyra, Masina, Barreca, Ogbonna etc. verrebbero considerati tutti alla stregua di importanti rinforzi per i club di prima fascia, in Inghilterra riempono le fila delle squadre di medio-bassa classifica, persi in un anonimato piuttosto deludente ma forti di stipendi considerati fuori dalla portata di molte società della Serie A.

Come si può colmare un gap che all'apparenza sembra troppo ampio e destinato, in caso di ulteriore immobilismo, ad aumentare ancora di più?
Il primo passo per far tornare il campionato italiano competitivo e in grado di attirare l'interesse del resto del mondo è, a mio avviso, la costruzione di impianti adatti alla ricezione di avvenimenti calcistici, avendo cura di riempirli il più possibile anche con politiche dei prezzi popolari in diversi settori.

Assistere oggi una partita, dal vivo o in TV, in stadi vetusti e fatiscenti come il Franchi, il Bentegodi, o lo stesso San Paolo di Napoli, spesso televisivamente vuoti, rappresenta un colpo mortale alle speranze del nostro campionato di poter attirare l'attenzione degli stranieri: della serie, ma se non importa nemmeno a voi delle vostre partite, perché dovremmo comprarle noi?

Alcune realtà hanno iniziato a comprendere l'importanza di uno stadio di proprietà adatto al calcio, ma la strada è ancora lunga e spesso ostacolata, come nel caso del nuovo impianto della Roma, da problemi burocratici piuttosto difficili da superare, che hanno frenato diversi progetti sul nascere.
La strada per la risalita può essere lunga e tortuosa, ma ogni viaggio deve iniziare dal primo passo, che comprenda magari, in un periodo di transizione come quello attuale, lo sviluppo dei settori giovanili e delle seconde squadre, come fatto dai club iberici circa vent'anni fa, trasformando compagini che non vincevano mai nulla in squadre capaci di dire la loro e a tratti dominare in Europa.

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